Io non voto!” – Perché questo referendum tradisce chi crea lavoro!
Io non voto!” – Perché questo referendum tradisce chi crea lavoro
di Salvatore Brighina – Consulente finanziario e creditizio
L’8 e il 9 giugno si voterà per un referendum abrogativo che, paradossalmente, la sinistra propone per cancellare norme volute da governi di sinistra. Un’iniziativa confusa, autoreferenziale, priva di visione economica, che ha un solo effetto concreto: destabilizzare ulteriormente un mercato del lavoro già fragile, colpendo indirettamente chi lo sostiene ogni giorno.
Ma nel clamore del dibattito politico, ancora una volta, manca una voce fondamentale: quella di chi il lavoro lo crea.
Gli imprenditori, i professionisti, le partite IVA, i piccoli esercenti e gli artigiani: questi soggetti non trovano rappresentanza, né protezione. Chi rischia in proprio – investendo capitale, tempo e salute – non ha diritto a errori. Nessuna garanzia, nessuna rete di sicurezza, nessuna tutela in caso di crisi. Eppure senza di loro il “lavoro” non esisterebbe nemmeno.
Questo referendum non si preoccupa di loro. Nessuno ne parla. Nessuno chiede cosa pensano gli imprenditori. Nessuno si chiede se abbiano bisogno di stabilità normativa, di semplificazione, di una fiscalità sostenibile. Al contrario, si propone l’ennesima riforma ideologica, che aumenta l’incertezza, mina la fiducia e rende ancora più difficile assumere, crescere, innovare.
“Io non voto” è una scelta consapevole. Non è disinteresse, ma dissenso.
È un modo per dire che questo dibattito è fuorviante, che non tutela chi ogni giorno apre la saracinesca, paga stipendi, firma fideiussioni, e tiene in piedi l’economia reale. È un grido contro l’ipocrisia politica di chi parla di diritti senza parlare di responsabilità.
E le associazioni di categoria? Dove sono i rappresentanti del mondo produttivo? Perché tacciono? Possibile che nessuno difenda l’impresa, vero motore sociale di questo Paese?
Chi rischia merita rispetto. Non silenzio.
Serve un nuovo patto sociale, in cui l’imprenditore non sia più visto come un evasore da sorvegliare, ma come un costruttore da sostenere. Serve un fronte comune – trasversale e pragmatico – che dica chiaramente: senza impresa non c’è futuro.
L’8 e 9 giugno, io non voto. E invito a riflettere chi, prima di schierarsi, dovrebbe chiedersi: questo referendum migliora o peggiora la vita di chi crea lavoro?.

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